venerdì 3 luglio 2009
Where have all the bloggers gone?
La vostra Sognatrice ha continuato a navigare per i mari insidiosi delle iscrizioni alle graduatorie di terza fascia. Ebbene, non lo voglio dire troppo forte, e infatti lo scrivo solo su internet, ma pare che almeno per adesso si sia approdati in un porto, che se non è sicuro e definitivo, almeno non è peggio della maretta.
Innanzitutto, vorrei levare un elogio alla vita semplice. A quei cari vecchi tempi in cui si scribacchiava su un foglio nome cognome e titolo di studio, e la cosa finiva lì (sono mai esistitti, questi tempi, l'età dell'oro?). Prima dell'accatiemmeelle, dei pidieffe, dei link e di tutte queste cose che, A SAPERLE USARE, ti renderebbero la vita più semplice. E che invece, nelle mani di chi non ha idea di cosa sia la vita semplice, si trasformano in labirinti insetricabili.
Io mi chiedo chi cavolo sia l'informatico della mutua che gestisce il sito del ministero dell'istruzione, e abbia escogitato il diabolico stratagemma per iscriversi alle graduatorie, quest'anno. Vi faccio un rapido sunto di quello che avreste dovuto fare, se foste stati me.
1- Scaricare il modulo A1, o A2, a seconda che foste abilitati, o miseri quis come la sottoscritta;
2- Compilare tutto: per la cronaca, tre ore al telefono con un'amica pietosa per capire cosa si dovesse scrivere e dove, e bestemmiare contro chi pretende che ci stiano in tre righe gli esami di un intero corso di laurea di cinque anni.
3- Spedire tutto alla scuola designata, entro il 30 giugno. Notare che, benché il D.M. con le istruzioni sia stato pubblicato il 28 maggio, i moduli, si diceva sul sito, non sarebbero stati disponibili fino al 3 giugno (appunto perché il 2 era festa); e di fatto non sono stati pubblicati prima del 5 (pur restando invariato il limite tassativo del 30) per 'problemi tecnici': ma che cazzo di problema tecnico si può avere per caricare in rete un file pdf uguale a quello di due anni fa???
Inoltre, perché siamo in Italia, il 12 giugno è uscito un contrordine, perché i moduli A1 e A2 non coprivano proprio tutte tutte le situazioni degli aspiranti candidati, che quindi potevano compilare, se il caso, il modulo A2bis, sempre entro il 30 giugno.
4-Fatto ciò, dovevate REGISTRARVI al sito del ministero: questo vi avrebbe fatto recapitare un login e una password e poi la PRIMA PARTE di un codice personale;
5- Muniti di questo, e carta di identità e codice fiscale, dovevate recarvi fisicamente alla scuola designata per l'atto di riconoscimento, a seguito del quale avreste trovato nella vostra mailbox la SECONDA PARTE del codice personale con cui completare la registrazione.
6- se foste stati ancora in possesso delle vostre facoltà mentali, a questo punto dovevate procedere alla compilazione nline del MODULO B, da effettuarsi entro il 31 luglio, ove si devono indicare le venti scuole nelle cui graduatorie si desidera essere inseriti.
7- Quindi, bisogna riportare il modulo B debitamente compilato e stampato alla scuola prescelta, per ultimare l'operazione.
Semplice, no? Ma chi è la mente malata che ha pensato tutto questo? Ma costava tanto assoldare un blogger qualsiasi per pensare ad una procedura più semplice?
E comunque, credete che sia finita? NO!
Perché poi subentra la dimensione, la confortante dimensione umana: la segreteria della scuola prescelta.
Io ho pensato di 'fare base' nel mio vecchio liceo. Per abitudine: mica ci stanno particolari conoscenze, fra il personale. Semplicemente, so già dove andare.
Ebbene, il 1 luglio, effettuata la mia brava registrazione online (punto 4) vado ad effettuare il riconoscimento (5).
Sulle prime, mi dicono che la segreteria, benché formalmente aperta, in realtà non ha personale al momento disponibile. Dopo vari 'Buongiorno' gridati al vuoto, dietro il vetro si materializza qualche signora dall'aria svogliata, alla quale spiego la mia situazione. I primi minuti passano mentre questa, aiutata da un collega ugualmente attivo (ho visto zombie più vivaci), cerca i moduli che ho mandato, dieci giorni prima. Sembrano dispersi, ma alla fine saltan fuori.
Quando poi chiedo di fare il riconoscimento, una terza segretaria sgrana gli occhiono celesti e dice: 'Ma il riconoscimento andava fatto entro il 30 giugno!'
Io casco dalle nuvole, perdo dieci anni di vita, sbarro gli occhi e insisto: 'Non c'era alcun limite specificato, per il riconoscimento, nella normativa!'
Lei insiste, io insisto. Lei dice: 'Dopo provo a registrarla, intanto può andare: le faremo sapere'. Io dico: 'Non mi muovo finché lei non ha controllato che la mia registrazione sia regolare'. Quando vede che sono pronta a mettere radici lì, la segretaria, quasi gentilmente, acconsente a completare la registrazione. Le sue certezze che io sia fuori regola non crollano nemmeno quando la registrazione va a BUON FINE (che se non fossi in regola, tutti i punti 4, 5, 6 dovrebbero saltare). Inutili le mie proposte di controllare insieme la normativa, per verificare.
Alla fine mi congeda: 'Beh, si vede che è fortunata!' Io provo a dire che sono in regola, non fortunata: la mia insistenza le sembra quella di una disperata. Sorride materna: 'So quanto queste cose siano importanti per voi!' E io penso: 'se dipendesse da te, io non lavorerei, brutta cretina! Ma vaff...'. Però mi tengo, perché siamo solo al punto 5, non è finita.
Vado a casa, risolvo facilmente il punto 6. E mi ristampo la normativa, sottolineando i punti dove RISULTA CHE NON ESISTONO LIMITI PER IL RICONOSCIMENTO ANTERIORI AL 30 GIUGNO. Fatto questo, torno alla scuola. Trovo la stessa persona. Le consegno i moduli, e poi ritento: 'Ho controllato la normativa, mi pare che non vi fosse alcun limite di tempo, per il riconoscimento.' Lei mi guarda un po' torve e insiste. Io tiro fuori la copia del DM, glielo faccio vedere. Lei dice: 'Beh, non è scritto qui, sarà da un'altra parte'. Da un'altra parte? Perché un DM di 15 pagine non dovrebbe contenere una indicazione che DECIDE O MENO L'INSERIMENTO IN GRADUATORIA DI UNA PERSONA? Così, perché ci piacciono i ricorsi?
Io la guardo. E lei mi sorride: 'Beh,' mi fa, complice 'a lei è andata bene!' E io penso:'Ma quante persone, dopo di me, pur avendo ragione, cozzeranno contro la tua incapacità di ammettere che ti sei sbagliata? Quante persone non entreranno in graduatoria, in questo misero circo di poveracci, per colpa tua?' E siccome ha comunque il mio modulo in mano, e da lei dipende riporlo in un posto dove possa essere trovato, non posso nemmeno dirle: 'Ma vaff...'.
E adesso, la fede non l'ho mai avuto. La carità agli ottusi l'ho chiesta. Resta solo la speranza.
Innanzitutto, vorrei levare un elogio alla vita semplice. A quei cari vecchi tempi in cui si scribacchiava su un foglio nome cognome e titolo di studio, e la cosa finiva lì (sono mai esistitti, questi tempi, l'età dell'oro?). Prima dell'accatiemmeelle, dei pidieffe, dei link e di tutte queste cose che, A SAPERLE USARE, ti renderebbero la vita più semplice. E che invece, nelle mani di chi non ha idea di cosa sia la vita semplice, si trasformano in labirinti insetricabili.
Io mi chiedo chi cavolo sia l'informatico della mutua che gestisce il sito del ministero dell'istruzione, e abbia escogitato il diabolico stratagemma per iscriversi alle graduatorie, quest'anno. Vi faccio un rapido sunto di quello che avreste dovuto fare, se foste stati me.
1- Scaricare il modulo A1, o A2, a seconda che foste abilitati, o miseri quis come la sottoscritta;
2- Compilare tutto: per la cronaca, tre ore al telefono con un'amica pietosa per capire cosa si dovesse scrivere e dove, e bestemmiare contro chi pretende che ci stiano in tre righe gli esami di un intero corso di laurea di cinque anni.
3- Spedire tutto alla scuola designata, entro il 30 giugno. Notare che, benché il D.M. con le istruzioni sia stato pubblicato il 28 maggio, i moduli, si diceva sul sito, non sarebbero stati disponibili fino al 3 giugno (appunto perché il 2 era festa); e di fatto non sono stati pubblicati prima del 5 (pur restando invariato il limite tassativo del 30) per 'problemi tecnici': ma che cazzo di problema tecnico si può avere per caricare in rete un file pdf uguale a quello di due anni fa???
Inoltre, perché siamo in Italia, il 12 giugno è uscito un contrordine, perché i moduli A1 e A2 non coprivano proprio tutte tutte le situazioni degli aspiranti candidati, che quindi potevano compilare, se il caso, il modulo A2bis, sempre entro il 30 giugno.
4-Fatto ciò, dovevate REGISTRARVI al sito del ministero: questo vi avrebbe fatto recapitare un login e una password e poi la PRIMA PARTE di un codice personale;
5- Muniti di questo, e carta di identità e codice fiscale, dovevate recarvi fisicamente alla scuola designata per l'atto di riconoscimento, a seguito del quale avreste trovato nella vostra mailbox la SECONDA PARTE del codice personale con cui completare la registrazione.
6- se foste stati ancora in possesso delle vostre facoltà mentali, a questo punto dovevate procedere alla compilazione nline del MODULO B, da effettuarsi entro il 31 luglio, ove si devono indicare le venti scuole nelle cui graduatorie si desidera essere inseriti.
7- Quindi, bisogna riportare il modulo B debitamente compilato e stampato alla scuola prescelta, per ultimare l'operazione.
Semplice, no? Ma chi è la mente malata che ha pensato tutto questo? Ma costava tanto assoldare un blogger qualsiasi per pensare ad una procedura più semplice?
E comunque, credete che sia finita? NO!
Perché poi subentra la dimensione, la confortante dimensione umana: la segreteria della scuola prescelta.
Io ho pensato di 'fare base' nel mio vecchio liceo. Per abitudine: mica ci stanno particolari conoscenze, fra il personale. Semplicemente, so già dove andare.
Ebbene, il 1 luglio, effettuata la mia brava registrazione online (punto 4) vado ad effettuare il riconoscimento (5).
Sulle prime, mi dicono che la segreteria, benché formalmente aperta, in realtà non ha personale al momento disponibile. Dopo vari 'Buongiorno' gridati al vuoto, dietro il vetro si materializza qualche signora dall'aria svogliata, alla quale spiego la mia situazione. I primi minuti passano mentre questa, aiutata da un collega ugualmente attivo (ho visto zombie più vivaci), cerca i moduli che ho mandato, dieci giorni prima. Sembrano dispersi, ma alla fine saltan fuori.
Quando poi chiedo di fare il riconoscimento, una terza segretaria sgrana gli occhiono celesti e dice: 'Ma il riconoscimento andava fatto entro il 30 giugno!'
Io casco dalle nuvole, perdo dieci anni di vita, sbarro gli occhi e insisto: 'Non c'era alcun limite specificato, per il riconoscimento, nella normativa!'
Lei insiste, io insisto. Lei dice: 'Dopo provo a registrarla, intanto può andare: le faremo sapere'. Io dico: 'Non mi muovo finché lei non ha controllato che la mia registrazione sia regolare'. Quando vede che sono pronta a mettere radici lì, la segretaria, quasi gentilmente, acconsente a completare la registrazione. Le sue certezze che io sia fuori regola non crollano nemmeno quando la registrazione va a BUON FINE (che se non fossi in regola, tutti i punti 4, 5, 6 dovrebbero saltare). Inutili le mie proposte di controllare insieme la normativa, per verificare.
Alla fine mi congeda: 'Beh, si vede che è fortunata!' Io provo a dire che sono in regola, non fortunata: la mia insistenza le sembra quella di una disperata. Sorride materna: 'So quanto queste cose siano importanti per voi!' E io penso: 'se dipendesse da te, io non lavorerei, brutta cretina! Ma vaff...'. Però mi tengo, perché siamo solo al punto 5, non è finita.
Vado a casa, risolvo facilmente il punto 6. E mi ristampo la normativa, sottolineando i punti dove RISULTA CHE NON ESISTONO LIMITI PER IL RICONOSCIMENTO ANTERIORI AL 30 GIUGNO. Fatto questo, torno alla scuola. Trovo la stessa persona. Le consegno i moduli, e poi ritento: 'Ho controllato la normativa, mi pare che non vi fosse alcun limite di tempo, per il riconoscimento.' Lei mi guarda un po' torve e insiste. Io tiro fuori la copia del DM, glielo faccio vedere. Lei dice: 'Beh, non è scritto qui, sarà da un'altra parte'. Da un'altra parte? Perché un DM di 15 pagine non dovrebbe contenere una indicazione che DECIDE O MENO L'INSERIMENTO IN GRADUATORIA DI UNA PERSONA? Così, perché ci piacciono i ricorsi?
Io la guardo. E lei mi sorride: 'Beh,' mi fa, complice 'a lei è andata bene!' E io penso:'Ma quante persone, dopo di me, pur avendo ragione, cozzeranno contro la tua incapacità di ammettere che ti sei sbagliata? Quante persone non entreranno in graduatoria, in questo misero circo di poveracci, per colpa tua?' E siccome ha comunque il mio modulo in mano, e da lei dipende riporlo in un posto dove possa essere trovato, non posso nemmeno dirle: 'Ma vaff...'.
E adesso, la fede non l'ho mai avuto. La carità agli ottusi l'ho chiesta. Resta solo la speranza.
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giovedì 2 luglio 2009
Notizie dall'Iran
In Iran, lunedì scorso, pare siano stati impiccati sei sostenitori di Moussavi.
Non mi risulta, cercando nei database, che né Repubblica né il Corriere ne abbiano parlato.
Errata corrige: pare che la notizia sia stata pubblicata a p. 18 dell'edizione cartacea di Repubblica di ieri.
Non mi risulta, cercando nei database, che né Repubblica né il Corriere ne abbiano parlato.
Errata corrige: pare che la notizia sia stata pubblicata a p. 18 dell'edizione cartacea di Repubblica di ieri.
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When I look at the world
Le occasioni
Ciao,
mi chiamo Mattia e sono 5 anni che sto in un liceo scientifico, in questi giorni sto preparando la maturità, mi appresto a fare gli orali, ma non mi è mai importato assolutamente nulla di prendere bei voti.
Ho sempre fatto il minimo indispensabile, ma non perchè non riesca ad applicarmi, o perchè io sia mentalmente più ritardato degli altri miei compagni di classe, ma per volontà mia, perchè non mi è mai importato niente, perchè io sono forse uno dei pochi, alla mia età, che ha capito che la scuola superiore non serve praticamente a niente, che la vita è diversa dalla scuola, e preferisco imparare a vivere che imparare la figura dell’inetto in Svevo.
E mi stupisco ogni giorno sempre più vedere un ragazzo disperarsi perchè, come gli sono andate le cose a questo punto dell’anno, non può uscire dall’esame con un voto che sia più alto di 70 o 80.
Forse sarò io più stupido degli altri a non capire il perchè di tanta disperazione, o forse sarò più intelligente degli altri a prendere tutto più alla leggera, io sinceramente propendo più per la seconda, ma io sono fiero di uscire dalla scuola con un bel 60 o 70.
Voi potrete essere stupiti, ma ve la spiego io la motivazione. Io ho capito prima degli altri come va questo sistema, ho capito che io, persona che ha studiato sempre mooolto meno di tutti gli altri miei compagni di classe, otterrò lo stesso risultato, la promozione, ma con il minimo sforzo, di quelli che si sono fatti un mazzo tanto per 5 anni per prendere quei miseri 8 e 9.
Ditemi che differenza c’è tra un 70 e un 90, niente, a parte che chi ha preso 90 si è sbattuto per raggiungere lo stesso identico risultato di quello che ha preso 70. E non mi venite a dire che in certi concorsi prendono solo quelli con il punteggio maggiore di 80 ecc. perchè sappiamo tutti che al giorno d’oggi neanche i laureati riescono a trovare lavoro, e la scuola superiore ha perso ogni sua validità, che anche gli idioti prendono il diploma…
Il mondo è dei più furbi, e va cambiato, lo so, ma fino a quando sarà così bisogna sfruttarlo. La persona che sa adattarsi sempre meglio alle situazioni è quella persona che si troverà sempre bene nella vita.
Ehi, con furbizia non intendo commettere azioni illegali, come truffe alle povere signore anziane ecc. intendiamoci, ma l’ottenere con il minimo sforzo il maggior risultato possibile, significa avere una visione più chiara e ampia del mondo che abbiamo di fronte, e sfruttare al meglio le circostanze.
Ok, la mia serie giornaliera di cavolate l’ho sparata, adesso posso andare a studiare tranquillo la mia tesina scaricata da internet.
Ciao a tutti.
Questo messaggio è stato lasciato a commento di questo post, sul blog acquattato, che leggo spesso.
Siccome non posso ammorbare il tenutario acquattato del suddetto blog con commenti troppo lunghi, chiedo venia e scrivo un post indipendente, dato che tengo anch'io un modesto sito dove sparare la mia 'dose giornaliera di cavolate'.
Caro Mattia,
ebbene è vero: ci hai scoperto! Hai ragione, il mondo è in mano a quelli come te, che credono, a ragione, che NON SERVA dannarsi l'animo più di tanto ad ottenere un risultato, che comunque, da un punto di vista pratico e fattuale, vale esattamente quanto quello ottenuto 'con il minimo sforzo'. Il mondo va così: io, 100 alla maturità, 110 e lode in entrambe le misere lauree che ho preso (presentandomi alla discussione sempre con una media tra il 29 e il 30, che krumiri si nasce!) ho raggiunto lo stesso risultato dei miei compagni di classe e di corso meno studiosi di me: promossa e laureata. Certo, magari i miei compagni che si impegnavano di meno ottenevano voti più bassi dei miei, e saranno usciti magari con 80, o con 60. I miei compagni di corso 'più caproni' (in senso figurato, ovviamente: non erano capre sul serio... beeeehhhh!) a volte ottenevano paradossalmente lo stesso voto, sostenendo empietà quali 'eius è un ablativo (sic!!!!!)' et similia (laureandosi in letteratura latina, eh, mica altro).
Io mi trovo con tanta fatica fatta e una distanza minima, almeno sulla carta, nei confronti di chi quella fatica non s'era mai sognato di farla, perché, come te, aveva capito le regole.
'Sulla carta'. Bella parola, vero? Sta scritto, lì. E se è scritto, è vero, no?
No.
E' vero quello che sai di sapere. E' vero quello che sai di essere. E' vero quello che pensi di quella persona che ti sorride quando le sorridi, allo specchio. Con te stesso ti sveglierai, con te stesso ti addormenterai, per tutti i giorni della tua vita. Ti pare poco? Ti pare giusto ridurre la tua individualità a qualcosa che 'sta sulla carta'? Spero di no.
E ti dico un'altra cosa. A scuola non si va per avere buoni voti. Se te l'hanno sempre fatto credere, beh, è una balla. Mi spiace che tu, che sei un ragazzo acuto (no offense, è vero) non te ne sia accorto.
A scuola, all'università, nella vita, ti si dà un'occasione: imparare cose, anche apparentemente inutili come il latino, ascoltare persone che magari mai avresti cercato nella tua vita, insegnanti e compagni. Saresti riuscito ad 'imparare a vivere' anche in un'altra scuola, in altre situazioni? Forse sì, anzi, certamente. Ma non avresti avuto le stesse occasioni. E sono proprio le occasioni che ti cambiano la vita.
Io studio lettere classiche. Non l'avrei mai fatto, se avessi fatto anche solo il liceo scientifico, che non offre l'occasione di conoscere il greco. Non l'avrei fatto, forse, se la mia insegnante non fosse stata quella persona eccezionale che era. E chissà quante cose non sarei diventata. E se sono contenta di ME (di ME, non dei miei voti, chissenefrega di quelli), lo devo anche a quello. A quelle lezioni che seguivo. A quei compiti che facevo, permettendomi di assimilare con meno fatica e più soddifazione quello che altri, che facevano il 'minimo utile', 'la studiata dell'ultima ora', assimilavano con meno fatica e meno risultati. I voti alti riflettevano questo, quando c'erano.
All'epoca non avevo certo coscienza di questo. E mi dannavo, di fronte ai miei compagni che con il 'minimo utile' venivano avanti con me.
L'ho capito dopo. E spero lo capirai anche tu. Ma le occasioni ti si presentano sempre quando non puoi fare altro che decidere di coglierle o meno, senza avere il tempo di maturarle.
Alla fine, si ha una vita sola. Non conta nulla, avere avuto un 90 e non un 70, alla maturità. Verissimo.
Ma sai, è brutto sprecare questa sola vita nel rimpianto. Nel recupero spasmodico di quello che una volta non si è voluto fare per rientrare nello 'stretto indispensabile'.
Magari tu, a 20 come a 99 anni, sarai contento di essertela sempre cavata col minimo. Di non aver fatto altro che raggiungere risultati attraverso scorciatoie. Io non ho raggiunto risultati: ho letto Montale, Quasimodo, Seneca, Eschilo. Ho visto il mondo rappresentato in quattro formule. Ho amici -amici- che parlano inglese. E che non potrei capire, se non avessi curato la lingua così tanto. Eccetera. Semplicemente, le occasioni creano occasioni. Inaspettate. Imprevedibili. La mia domanda è: perché non sei tanto furbo da coglierle? Perché ti precludi la possibilità di un futuro completamente diverso? Che non raggiungerai mai, se sei 'come i tuoi compagni secchioni' solo 'sulla carta'.
Con tanti auguri. E, non te lo nascondo, un bel po' di compatimento.
Ipazia
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A cena con il lodo
Ma i giudici non sono tutti quanti una casta di comunisti impenitenti?
Immagino ci siano delle eccezioni, che non tutti siano lì ad imbastire
E anche fossero comunisti, basterà imbandirgli qualcosa di tenero tenero come un bambino, o un maialino al forno, e torneranno buoni come agnellini. E conniventi.
Ma d'altra parte, in un paese dove vige il Lodo Alfano, potevamo aspettarci qualcos'altro?
Dite a Napolitano che è il Presidente di questo paese. Che è ora di sporcarsi le mani. Di farsi tirare per la giacca. E se non lo fa da Presidente, lo faccia da Italiano. E che per il suo compleanno chieda una bicicletta, o una giustizia migliore.
Immagino ci siano delle eccezioni, che non tutti siano lì ad imbastire
l'ennesimo stupefacente tentativo di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un tribunale anch'esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria[trattavasi del processo Mills, Nota della Blogger]
E anche fossero comunisti, basterà imbandirgli qualcosa di tenero tenero come un bambino, o un maialino al forno, e torneranno buoni come agnellini. E conniventi.
Ma d'altra parte, in un paese dove vige il Lodo Alfano, potevamo aspettarci qualcos'altro?
Dite a Napolitano che è il Presidente di questo paese. Che è ora di sporcarsi le mani. Di farsi tirare per la giacca. E se non lo fa da Presidente, lo faccia da Italiano. E che per il suo compleanno chieda una bicicletta, o una giustizia migliore.
mercoledì 1 luglio 2009
I treni più sicuri d'Europa
Lo dice l'A.D. Moretti, di Fs. Siamo in una botte di ferro, allora. Speriamo non contenga gpl.
Ma parliamo della sicurezza 'minima' dei treni italiani.
Delle porte che non si aprono, e che non si chiudono.
Del posto per i bagagli più ingombranti sui vagoni, che non c'è. Con il risultato che, se succede qualcosa, una minima cazzata per cui il treno vada evacuato velocemente, tutti inciamperanno sulla valigia lasciata in mezzo al corridoio, perché NON ESISTE il posto dove metterla.
Parliamo di stazioni minori, con banchine così corte che, se uno scende in fondo al treno, lo fa saltando sui sassi della scarpata e dei binari. Come quella di Miramare, Trieste.
Parliamo dei regionali stipati come carri bestiame. Perché ce ne son meno, e i pendolari non possono permettersi di viaggiare tutti i giorni sugli intercity. Troppo cari.
Parliamo del personale a bordo. Spesso ridotto ai minimi termini. Che non potrebbe, anche volendo, fornire assistenza, in caso di bisogno.
Se poi in Europa stiano messi ancora peggio, io non lo so. Però non me ne vanterei, nel caso, di essere i primi fra gli ultimi.
Ma parliamo della sicurezza 'minima' dei treni italiani.
Delle porte che non si aprono, e che non si chiudono.
Del posto per i bagagli più ingombranti sui vagoni, che non c'è. Con il risultato che, se succede qualcosa, una minima cazzata per cui il treno vada evacuato velocemente, tutti inciamperanno sulla valigia lasciata in mezzo al corridoio, perché NON ESISTE il posto dove metterla.
Parliamo di stazioni minori, con banchine così corte che, se uno scende in fondo al treno, lo fa saltando sui sassi della scarpata e dei binari. Come quella di Miramare, Trieste.
Parliamo dei regionali stipati come carri bestiame. Perché ce ne son meno, e i pendolari non possono permettersi di viaggiare tutti i giorni sugli intercity. Troppo cari.
Parliamo del personale a bordo. Spesso ridotto ai minimi termini. Che non potrebbe, anche volendo, fornire assistenza, in caso di bisogno.
Se poi in Europa stiano messi ancora peggio, io non lo so. Però non me ne vanterei, nel caso, di essere i primi fra gli ultimi.
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Questo maledetto assurdo Belpaese,
Treni
E' un pastore che si sa prendere cura del suo gregge

(da Repubblica)
E' donna. E' lesbica. Ha una compagna ed un bambino di tre anni.
E' il nuovo vescovo di Stoccolma.
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martedì 30 giugno 2009
Difensori della famiglia di 'sto cazzo.
(Via Nonsoabbastanza)
E' perché l'italiano medio è abituato che, qualunque sia la legge, farà comunque quel cazzo che gli pare a lui, che Berlusconi continua ad essere votato.
Storie di casa nostra
Non sono sul suolo italiano da più di ventiquattr'ore. Faccio un giro per il centro con un amico. Un gelato, quattro chiacchere. Stiamo passeggiando in un vicoletto che dal 'corso' pedonale dedicato a chi si fa le 'vasche' fra i negozi, si arriva alle piazze. Il vivolo è quasi vuoto. Ci siamo noi, e più avanti un tizio. Che si avvicina ad una bicicletta, se,bra avere molta fretta. Si sente un clak! secco. E il tizio si allontana con la bici. Dalla tasca gli spuntano i manici di un grosso tronchese.
Senza accorgermene, realizzo subito quanto sta accandendo. Ma è come se il cervello e la bocca non comunicassero. E quando finalmente riesco a dire al mio amico 'Quello ha rubato una bicicletta', il ladro non si vede più.
Mi sento complice. E' vero, rincorrere il ladro, posto che fossimo riusciti, ci avrebbe esposti a dei colpi di tronchese. Che notoriamente fanno piuttosto male. Il vicolo era deserto, richiamare gente in così poco tempo era impossibile. Eppure. Eppure un furto è stato compiuto sotto i nostri occhi, e non abbiamo fatto nulla. Assolutamente. Per paura, per senso si impotenza. Immagino che tutte le biciclette che vengono rubate, nella mia città, me sono tante, vengano portate via così. Nell'indifferenza, forse, o nel timore generale.
E poi ho pensato a quello che è successo a Napoli qualche tempo fa, a piazza Bellini. Penso alla paura che io, assistendo al pestaggio, avrei avuto. Di beccarmi una coltellata, se mi immischiavo. Di essere vista mentre chiamavo la polizia. E per questo essere aggredita.
Penso che la paura sia, è vero, un sentimento facile. Da provare, da portare a giustificazione delle proprie azioni. O non-azioni. E proprio per questo, l'arroganza regna.
Senza accorgermene, realizzo subito quanto sta accandendo. Ma è come se il cervello e la bocca non comunicassero. E quando finalmente riesco a dire al mio amico 'Quello ha rubato una bicicletta', il ladro non si vede più.
Mi sento complice. E' vero, rincorrere il ladro, posto che fossimo riusciti, ci avrebbe esposti a dei colpi di tronchese. Che notoriamente fanno piuttosto male. Il vicolo era deserto, richiamare gente in così poco tempo era impossibile. Eppure. Eppure un furto è stato compiuto sotto i nostri occhi, e non abbiamo fatto nulla. Assolutamente. Per paura, per senso si impotenza. Immagino che tutte le biciclette che vengono rubate, nella mia città, me sono tante, vengano portate via così. Nell'indifferenza, forse, o nel timore generale.
E poi ho pensato a quello che è successo a Napoli qualche tempo fa, a piazza Bellini. Penso alla paura che io, assistendo al pestaggio, avrei avuto. Di beccarmi una coltellata, se mi immischiavo. Di essere vista mentre chiamavo la polizia. E per questo essere aggredita.
Penso che la paura sia, è vero, un sentimento facile. Da provare, da portare a giustificazione delle proprie azioni. O non-azioni. E proprio per questo, l'arroganza regna.
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Questo maledetto assurdo Belpaese
lunedì 29 giugno 2009
La Repubblica delle bandane
Silvio Berlusconi Fan Club!
Per coloro che credono nel matrimonio e nella famiglia. E nelle Escort.
Per Coloro che Credono nel Lavoro Onesto. E nella Corruzione degli Avvocati.
Per Coloro che Credono nelle Imprese. E non pagano le Tasse, perché, si sa, il Pubblico non è un Impresa, se Non è quello che Applaude a Canale Cinque.
Per coloro che Credono che Le Maiuscole vadano Usate Indiscriminatamente.
Per coloro che pensano Che Lui (con la Maiuscola, eh, Che Dio è Morto ai Bordi delle strade, o in una Multipla presa a Rate, ma lui è Vivo e Vegeto, e Tromba pure un Sacco!)
Io vi giuro, sto ridendo da un quarto d'ora.
Grazie Scorfano! Ma soprattutto, Grazie Silvio, che ce fai ride'!
Per coloro che credono nel matrimonio e nella famiglia. E nelle Escort.
Per Coloro che Credono nel Lavoro Onesto. E nella Corruzione degli Avvocati.
Per Coloro che Credono nelle Imprese. E non pagano le Tasse, perché, si sa, il Pubblico non è un Impresa, se Non è quello che Applaude a Canale Cinque.
Per coloro che Credono che Le Maiuscole vadano Usate Indiscriminatamente.
Per coloro che pensano Che Lui (con la Maiuscola, eh, Che Dio è Morto ai Bordi delle strade, o in una Multipla presa a Rate, ma lui è Vivo e Vegeto, e Tromba pure un Sacco!)
Io vi giuro, sto ridendo da un quarto d'ora.
Grazie Scorfano! Ma soprattutto, Grazie Silvio, che ce fai ride'!
La ricerca malata
Una laurea in Medicina, due specializzazioni, anni di contratti a termine: borse di studio, co.co.co, consulenze, contratti a progetto, l’ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia. Rita Clementi, 47 anni, la ricercatrice che ha scoperto l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, in questa lettera indirizzata al presidente della Repubblica Napolitano racconta la sofferta decisione di lasciare l’Italia. Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importante centro medico di Boston.
Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal «sistema » indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può permettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nulla. E poi, perché dovrebbe adire le vie legali se docenti dichiarati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver condotto concorsi universitari violando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continuato a essere eletti (dai loro colleghi!) commissari in nuovi concorsi?
Io, laureata nel 1990 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Università, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con primo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfoma maligno possono avere un’origine genetica e che è dunque possibile ereditare dai genitori la predisposizione a sviluppare questa forma tumorale. Tale scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decadere non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ricerca stranieri hanno confermato la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profeta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeniche...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi imponeva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dalla forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ricerca che molti hanno giudicato promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfiggere il cancro.
Desidero evidenziare proprio questo: il sistema antimeritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiutare a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.
Rita Clementi
Dal Corriere della Sera.
Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal «sistema » indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può permettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nulla. E poi, perché dovrebbe adire le vie legali se docenti dichiarati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver condotto concorsi universitari violando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continuato a essere eletti (dai loro colleghi!) commissari in nuovi concorsi?
Io, laureata nel 1990 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Università, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con primo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfoma maligno possono avere un’origine genetica e che è dunque possibile ereditare dai genitori la predisposizione a sviluppare questa forma tumorale. Tale scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decadere non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ricerca stranieri hanno confermato la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profeta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeniche...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi imponeva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dalla forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ricerca che molti hanno giudicato promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfiggere il cancro.
Desidero evidenziare proprio questo: il sistema antimeritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiutare a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i finanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.
Rita Clementi
Dal Corriere della Sera.
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domenica 28 giugno 2009
La dernière nuit
E finisce anche questa.
Il mio tempo a Parigi finirà domani, sul treno che mi porterà a casa. Questa è l'ultima notte che trascorro nella ville lumière. Dove, in questi giorni, fa caldo, il cielo è azzurro, sorridono i castagni del Jardin du Luxembourg, gonfi di foglie nuove.
Sembra ieri che sono arrivata qui. Una lontana, eppure vicinissima mattina di ottobre. In cui pioveva e tutto sembrava difficile.
Come sembrava impossibile, allora, che il tempo passasse, e che potessi arrivare fin qui. Come sembra facile, scontato, adesso, vedersi arrivati! Con le valigie pronte: si parte di nuovo. A casa e poi... se leggerete questo blog, magari lo scoprirete! :-)
E' passato quasi un anno, e quasi non me ne accorgo. Non mi perdo più tra i boulevard, dove all'inizio per orientarmi non bastava nemmeno la cartina. Riesco a sostenere una piccola conversazione in una lingua che un tempo mi sembrava un ammasso di suoni inarticolati. Tante persone ho conosciuto. Tante dovrò salutare. Magari, con molte di queste persone, in quel 'ciao' nasconderemo un addio. E' sempre così, ad ogni partenza.
Se mi guardo indietro, in quest'anno, non vedo musei, nuove esperienze. Non vedo notti folli, feste eterne. Non vedo passioni e non vedo odi. Vedo un anno di lavoro. Con poco turismo. Vedo un anno di lavoro, un anno in cui camminare per le strade dai batiments color sabbia non era (almeno, non sempre) uno svago. Non vedo pic nic nei Jardins, non vedo ore in coda ai musei. Vedo solo una ragazza, che cammina a passo spedito verso la metro, e non ha bisogno di chiedere informazioni, perché la strada la sa. Sono io.
Vivere alla Cité Universitaire, poi, non vuol dire vivere a Parigi. Alla Cité U sei catapultato in un mondo di stranieri spesso non francosoni. Parigi è lì, a venti minuti di RER. Con i suoi alti palazzi. Ed il tramonto, oltre la Tour Eiffel, con la luce rosa che tinge le cupole bianche di Montmartre, sudario di pietra agli ideali della Comune; avvolge nel crepuscolo i contorni di Palais Royale, e quelli della passata, odiata monarchia.
Se dovessi tornare a Parigi (non per una vacanza, ma per un periodo più lungo) ci tornerei ad aprile. Con il sole che accarezza le gemme sui castagni, ai Jardins. SE potessi, prenderei un piccolo appartamento dalle parti di Bastille. Tra il Marais e Belleville. Oppure, attorno a Saint Germain... O nel quinto, dietro la cupola del Pantheon. Al settimo, ll'ottavo piano, non importa quanto possano essere strette le scale. Voglio guardare Parigi dall'alto, e dal centro.... Chi lo sa, un giorno, forse... Intanto, ritorno.
Il mio tempo a Parigi finirà domani, sul treno che mi porterà a casa. Questa è l'ultima notte che trascorro nella ville lumière. Dove, in questi giorni, fa caldo, il cielo è azzurro, sorridono i castagni del Jardin du Luxembourg, gonfi di foglie nuove.
Sembra ieri che sono arrivata qui. Una lontana, eppure vicinissima mattina di ottobre. In cui pioveva e tutto sembrava difficile.
Come sembrava impossibile, allora, che il tempo passasse, e che potessi arrivare fin qui. Come sembra facile, scontato, adesso, vedersi arrivati! Con le valigie pronte: si parte di nuovo. A casa e poi... se leggerete questo blog, magari lo scoprirete! :-)
E' passato quasi un anno, e quasi non me ne accorgo. Non mi perdo più tra i boulevard, dove all'inizio per orientarmi non bastava nemmeno la cartina. Riesco a sostenere una piccola conversazione in una lingua che un tempo mi sembrava un ammasso di suoni inarticolati. Tante persone ho conosciuto. Tante dovrò salutare. Magari, con molte di queste persone, in quel 'ciao' nasconderemo un addio. E' sempre così, ad ogni partenza.
Se mi guardo indietro, in quest'anno, non vedo musei, nuove esperienze. Non vedo notti folli, feste eterne. Non vedo passioni e non vedo odi. Vedo un anno di lavoro. Con poco turismo. Vedo un anno di lavoro, un anno in cui camminare per le strade dai batiments color sabbia non era (almeno, non sempre) uno svago. Non vedo pic nic nei Jardins, non vedo ore in coda ai musei. Vedo solo una ragazza, che cammina a passo spedito verso la metro, e non ha bisogno di chiedere informazioni, perché la strada la sa. Sono io.
Vivere alla Cité Universitaire, poi, non vuol dire vivere a Parigi. Alla Cité U sei catapultato in un mondo di stranieri spesso non francosoni. Parigi è lì, a venti minuti di RER. Con i suoi alti palazzi. Ed il tramonto, oltre la Tour Eiffel, con la luce rosa che tinge le cupole bianche di Montmartre, sudario di pietra agli ideali della Comune; avvolge nel crepuscolo i contorni di Palais Royale, e quelli della passata, odiata monarchia.
Se dovessi tornare a Parigi (non per una vacanza, ma per un periodo più lungo) ci tornerei ad aprile. Con il sole che accarezza le gemme sui castagni, ai Jardins. SE potessi, prenderei un piccolo appartamento dalle parti di Bastille. Tra il Marais e Belleville. Oppure, attorno a Saint Germain... O nel quinto, dietro la cupola del Pantheon. Al settimo, ll'ottavo piano, non importa quanto possano essere strette le scale. Voglio guardare Parigi dall'alto, e dal centro.... Chi lo sa, un giorno, forse... Intanto, ritorno.
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Le Blog Parisien
Rapporto inutilizzabile
Ma il nostro rapporto fu giudicato inutilizzabile e nessuno ci fece domande né ci fu data la possibilità di spiegare le nostre conclusioni… Evidentemente il problema non era il rapporto, ma le sue conclusioni. Questa fu l’ennesima dimostrazione che qualcuno, avendo già predeterminato la propria posizione, non era disponibile nemmeno a prendere in considerazione che c’era un’altra spiegazione(Ustica, quarta parte: troppe verità; da Giornalettismo)
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sabato 27 giugno 2009
Noi che non siamo uguali
Solitamente, se un cittadino del mondo che conta, ossia l'occidente, combina qualcosa di sbagliato in un paese con sanzioni penali molto più aspre che nel suo paese d'origine, il detto paese d'origine farà qualcosa, e più di qualcosa, per chiedere l'estradizione. Che si traduce, spesso, ad un adattamento della pena entro limiti occidentalmente sopportabili. E' il caso della donna francese condannata in Messico a 30 anni di reclusione per sequestro di persona. La Francia ha fatto quello che finora si è potuto, e presumibilmente continuerà a farlo. Poi, che la cosa riesca o meno, è altra faccenda, però intanto il tentativo c'è. E uno si chiede se poi è giusto che uno vada a fare dei reati altrove e poi pretenda, o se non altro ottenga, una giustizia regolata sul suo luogo di nascita, più che sul 'luogo del crimine'. Se non sarebbe il caso che la diplomazia spenda le sue energie per ottenere in tutti i paesi pene equivalenti ove non ve ne sono. In Italia, per esempio, se spacci droga, male che ti vada, vai in galera. In Arabia Saudita vieni impiccato. Alé.
In questi giorni un uomo di origine siriana, sposato con un'Italiana, condannato per terrorismo e finora detenuto nelle nostre carceri, è stato espulso e mandato in Siria. Ove, forse, lo aspetta la pena di morte.
Vero, il nostro uomo è stato un terrorista, coinvolto in un sequestro di una nave da crociera in cui ci scappò il morto. Ha scontato la pena che la corte d'assise di Genova aveva deciso per lui: 30 anni, passati a 23 e otto mesi per buona condotta. Una volta conclusa la detenzione, è stato ESPULSO. E tornerà in un paese che forse lo ucciderà. In questo caso, l'articolo 5 della legge 91 del 5 febbraio 1992 non si applica: la cittadinanza per matrimonio si può acquisire solo in assenza di precedenti penali.
Non è colpa dell'Italia se la Siria è un paese in cui vige ancora la pena di morte. ma ci si chiede se sia necessario che un uomo sconti 23 anni di galera per poi essere mandato a morire. Ci si chiede se l'espulsione sia un provedimento da applicarsi così inflessibilmente. Ci si chiede, infine, che cosa faremmo, se quest'uomo che sta, forse, per essere condannato a morte, fosse un italiano.
Art. 27 della Costituzione Italiana:
In questi giorni un uomo di origine siriana, sposato con un'Italiana, condannato per terrorismo e finora detenuto nelle nostre carceri, è stato espulso e mandato in Siria. Ove, forse, lo aspetta la pena di morte.
Vero, il nostro uomo è stato un terrorista, coinvolto in un sequestro di una nave da crociera in cui ci scappò il morto. Ha scontato la pena che la corte d'assise di Genova aveva deciso per lui: 30 anni, passati a 23 e otto mesi per buona condotta. Una volta conclusa la detenzione, è stato ESPULSO. E tornerà in un paese che forse lo ucciderà. In questo caso, l'articolo 5 della legge 91 del 5 febbraio 1992 non si applica: la cittadinanza per matrimonio si può acquisire solo in assenza di precedenti penali.
Non è colpa dell'Italia se la Siria è un paese in cui vige ancora la pena di morte. ma ci si chiede se sia necessario che un uomo sconti 23 anni di galera per poi essere mandato a morire. Ci si chiede se l'espulsione sia un provedimento da applicarsi così inflessibilmente. Ci si chiede, infine, che cosa faremmo, se quest'uomo che sta, forse, per essere condannato a morte, fosse un italiano.
Art. 27 della Costituzione Italiana:
La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.
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When I look at the world
Ora è tutto normale
Ahmadinejad all'Occidente: 'Basta interferire!'
L'Occidente ad Ahmadinejad: 'In questo momento non possiamo rispondere. Stiamo celebrando le esequie di Michael Jackson. Lasciate un messaggio dopo il bip.'
L'Occidente ad Ahmadinejad: 'In questo momento non possiamo rispondere. Stiamo celebrando le esequie di Michael Jackson. Lasciate un messaggio dopo il bip.'
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demential moment,
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Bibbia e pallottole
Il reverendo Pagano (nome evocativo), non vede contraddizione fra l'essere cristiani e portare armi da fuoco.
'Non tutti i cristiani devono essere per forza pacifisti'
Evidentemente, Gesù quando diceva 'porgi l'altra guancia' stava mettendo la cipria alla Maddalena.
I went out walking
Through streets paved with gold
Lifted some stones
Saw the skin and bones
Of a city without a soul
I went out walking
Under an atomic sky
Where the ground won't turn
And the rain it burns
Like the tears when I said goodbye
Yeah I went with nothing
Nothing but the thought of you
I went wandering
I went drifting
Through the capitals of tin
Where men can't walk
Or freely talk
And sons turn their fathers in
I stopped outside a church house
Where the citizens like to sit
They say they want the kingdom
But they don't want God in it
I went out riding
Down that old eight lane
I passed by a thousand signs
Looking for my own name
I went with nothing
But the thought you'd be there too
Looking for you
I went out there
In search of experience
To taste and to touch
And to feel as much
As a man can
Before he repents
I went out searching
Looking for one good man
A spirit who would not bend or break
Who would sit at his father's right hand
I went out walking
With a bible and a gun
The word of God lay heavy on my heart
I was sure I was the one
Now Jesus, don't you wait up
Jesus, I'll be home soon
Yeah I went out for the papers
Told her I'd be back by noon
Yeah I left with nothing
But the thought you'd be there too
Looking for you
Yeah I left with nothing
Nothing but the thought of you
I went wandering
The Wanderer by U2
'Non tutti i cristiani devono essere per forza pacifisti'
Evidentemente, Gesù quando diceva 'porgi l'altra guancia' stava mettendo la cipria alla Maddalena.
I went out walking
Through streets paved with gold
Lifted some stones
Saw the skin and bones
Of a city without a soul
I went out walking
Under an atomic sky
Where the ground won't turn
And the rain it burns
Like the tears when I said goodbye
Yeah I went with nothing
Nothing but the thought of you
I went wandering
I went drifting
Through the capitals of tin
Where men can't walk
Or freely talk
And sons turn their fathers in
I stopped outside a church house
Where the citizens like to sit
They say they want the kingdom
But they don't want God in it
I went out riding
Down that old eight lane
I passed by a thousand signs
Looking for my own name
I went with nothing
But the thought you'd be there too
Looking for you
I went out there
In search of experience
To taste and to touch
And to feel as much
As a man can
Before he repents
I went out searching
Looking for one good man
A spirit who would not bend or break
Who would sit at his father's right hand
I went out walking
With a bible and a gun
The word of God lay heavy on my heart
I was sure I was the one
Now Jesus, don't you wait up
Jesus, I'll be home soon
Yeah I went out for the papers
Told her I'd be back by noon
Yeah I left with nothing
But the thought you'd be there too
Looking for you
Yeah I left with nothing
Nothing but the thought of you
I went wandering
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giovedì 25 giugno 2009
Cavalieri moderni
Il cinismo non è una spada.
E' una corazza.
Che ti protegge.
Ma lega le ali
e blocca gli slanci.
E che è difficile,
quasi impossibile
togliere.
E' una corazza.
Che ti protegge.
Ma lega le ali
e blocca gli slanci.
E che è difficile,
quasi impossibile
togliere.
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Gavettoni a scuola
Installare nelle scuole distributori di preservativi può apparire strano. E infatti, strano e inappropriato è sembrato a Scorfano, ispiratore di questo post. Che ben insiste, secondo me, sul fatto che 'sesso protetto' e 'sesso consapevole' non siano la stessa cosa, come invece sembra pensare Petrocchi, del consiglio della provincia di Roma. Suggestivo è anche il fatto che il distributore di condom si trovi vicino ad altri distributori automatici di beni di pronto consumo, quali macchinette per caffé, merendine, eccetera. Come se il sesso fosse un bisogno da appagare con la stessa facilità con cui si paga un caffé.
In realtà, mi verrebbe da dire, nel mondo animale il sesso è proprio così: un bisogno. E come uno ha bisogno di nutrirsi, ha bisogno anche di soddisfare altre necessità. Finalizzate, in natura, alla propagazione della specie. Il fatto è che noi non siamo solo animali, ma anche uomini, e il nostro bisogno fisiologico di sesso non va, nella maggior parte dei casi, ad associarsi ad un istinto procreativo.
Quindi, la macchina che dà i preservativi trasmette il messaggio: soddisfa il tuo bisogno proteggendoti da quello che non vuoi. Malattie veneree e gravidanze indesiderate. E' una bruta operazione commerciale. Come vendere patatine low fat.
Tale operazione commerciale diventa ancora più bruta e cruda, se si pensa che nelle scuole non si dedica spazio all'educazione sessuale. Alcuno. Ci sono corsi di pronto soccorso, di lingua, di computer, di nuoto. I ragazzi dovrebbero imparare la meccanica della riproduzione in biologia. Ma nessuno spiega la meccanica del sesso. Che non sono i sentimenti, sia chiaro. Il sesso con sentimento è bellissimo, non si discute. Ma anche il sesso senza particolare sentimento per l'altra persona, francamente, ce n'est pas mal. Nessuno spiega, banalmente, l'efficacia dei metodi contraccettivi. Che la pillola, per evitare una gravidanza, è più efficace del profilattico. Che i rapporti anali possono trasmettere aids e compagnia come e meglio dei rapporti vaginali. Che anche il sesso orale comporta dei rischi di trasmissione delle malattie. Gente, lì fuori le idee sono molte confuse, a riguardo. E in famiglia di questo si ha vergogna di parlare. In Europa, se ne parla da un po'... googlate 'educazione sessuale in Europa', questo è tra i primi link; guardate i dati si wikipedia, banalmente. Insomma, mettere nelle scuole un distributore di preservativi non aiuterà al raggiungimento della consapevolezza, in materia, molto di più di quanto mettere merendine ipocaloriche nel distributore accanto aiuti a sensibilizzare sul problema di obesità e diabete.
Senza una seria educazione sessuale, il distributore di condom diventerà presto fonte di materiale per gavettoni estremamente resistenti, come sosteneva un alunno del buon vecchio Scorfano: un'altra, nuova, e a questo punto meno rischiosa, operazione commerciale.
In realtà, mi verrebbe da dire, nel mondo animale il sesso è proprio così: un bisogno. E come uno ha bisogno di nutrirsi, ha bisogno anche di soddisfare altre necessità. Finalizzate, in natura, alla propagazione della specie. Il fatto è che noi non siamo solo animali, ma anche uomini, e il nostro bisogno fisiologico di sesso non va, nella maggior parte dei casi, ad associarsi ad un istinto procreativo.
Quindi, la macchina che dà i preservativi trasmette il messaggio: soddisfa il tuo bisogno proteggendoti da quello che non vuoi. Malattie veneree e gravidanze indesiderate. E' una bruta operazione commerciale. Come vendere patatine low fat.
Tale operazione commerciale diventa ancora più bruta e cruda, se si pensa che nelle scuole non si dedica spazio all'educazione sessuale. Alcuno. Ci sono corsi di pronto soccorso, di lingua, di computer, di nuoto. I ragazzi dovrebbero imparare la meccanica della riproduzione in biologia. Ma nessuno spiega la meccanica del sesso. Che non sono i sentimenti, sia chiaro. Il sesso con sentimento è bellissimo, non si discute. Ma anche il sesso senza particolare sentimento per l'altra persona, francamente, ce n'est pas mal. Nessuno spiega, banalmente, l'efficacia dei metodi contraccettivi. Che la pillola, per evitare una gravidanza, è più efficace del profilattico. Che i rapporti anali possono trasmettere aids e compagnia come e meglio dei rapporti vaginali. Che anche il sesso orale comporta dei rischi di trasmissione delle malattie. Gente, lì fuori le idee sono molte confuse, a riguardo. E in famiglia di questo si ha vergogna di parlare. In Europa, se ne parla da un po'... googlate 'educazione sessuale in Europa', questo è tra i primi link; guardate i dati si wikipedia, banalmente. Insomma, mettere nelle scuole un distributore di preservativi non aiuterà al raggiungimento della consapevolezza, in materia, molto di più di quanto mettere merendine ipocaloriche nel distributore accanto aiuti a sensibilizzare sul problema di obesità e diabete.
Senza una seria educazione sessuale, il distributore di condom diventerà presto fonte di materiale per gavettoni estremamente resistenti, come sosteneva un alunno del buon vecchio Scorfano: un'altra, nuova, e a questo punto meno rischiosa, operazione commerciale.
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Lotte contro i mulini a vento,
Pensieri oziosi di un'oziosa,
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Temi di maturità: riflessioni di chi una volta maturò, e non fu all'esame di stato (ma molto dopo)
Leggiucchio le tracce dei temi su cui i maturandi oggi hanno tribolato. Ricordo che i temi erano una delle cose che a scuola mi piaceva di più fare... Quando sapevo cosa scrivere! Il che accadeva quasi sempre, ma forse, se mi fossi trovata oggi a svolgere la prima volta, non sarebbe accaduto!
La prima prova, Svevo. E qui, tutto dipende da come uno ha studiato Svevo, durante l'anno. Nel mio caso, non era disastrosa la situazione: ma se da studente avessi dovuto decidere, lì per lì, cosa scrivere per rispondere alla domanda 2.6 e cosa scrivere (di diverso) alla domanda 3, avrei certo preso in considerazione l'idea di cambiare traccia. Che insomma, alla maturità uno non vuol rischiare.
E allora, sotto con le prove 'saggio breve'... Sempre che a uno sia stato spiegato cosa sia, esattamente, un saggio breve. E perché non possa essere la stessa cosa di un tema, puro e semplice (anche lì, io mi sarei mantenuta alla forma più tradizionale e meno attaccabile: non avendo il pallino della giornalista, la forma dell' 'articolo' mi sembrava, e mi sembra, un rischio inutile, all'esame).
Il saggio 'socio-economico' ti gettava nel mare magnum della 'creatività'. Una buona via per uscirne sarebbe stata quella di cercare di mettere dei paletti all'uso ed all'abuso della parola creatività, aiutandosi con il documento di Testa. Per poi sperare di poter raccogliere le idee e fare qualcosa di meno banale nelle restanti due colonne. Rischio di ritritamento del trito, ALTISSIMO!
La traccia 'tecnico-scientifica' su Internet e social networks era forse più interessante. Ma si tratta di un saggio che verte su un argomento di tecnologia, e per questo detto 'tecnico', o invece deve essere svolto curandosi dell'aspetto tecnico-scientifico, parlando delle della tecnologia, di hatml, di chat, ecc.? Io avrei scelto la prima opzione, più sociologica, seguendo l'onda dei documenti proposti, e magari parlando dell'enorme valore dei social network per la diffusione di quanto sta succedendo in Iran, ma mi rendo conto che un professore esterno avrebbe potuto sentenziare: 'e la tecnicità dov'è?', come bene osserva Scorfano.
Artistico-letterario: l'ammore, l'ammore, l'ammore. In tutte le sue possibili sfumature, e possibilità di trattazione. Dall'analisi di Alberoni, all'impasse insuperabile di Catullo. Francesca da Rimini e la Signorina Felicita. Passando per Cardarelli, Chagall, Magritte, Canova, Leopardi. Insomma, la traccia era un bignami sull'amore. Come se un diciottenne di queste sfumature ne sapesse qualcosa. Potesse dirle, esprimerle. E infatti NON può, perché deve parlare dell'amore nell'arte e nella letteratura: una triste e necessariamente incompleta review. Un tema dal titolo 'L'idealismo in Germania ed in Europa' sarebbe stato più circoscritto. Un tema sull'amore visto dai maturandi, magari attraverso uno o due dei possibili filtri dati dalla traccia, sarebbe potuto essere, chissà, un bel tema.
Storico-politico: origini e sviluppo della cultura giovanile. Un testo di Hobsbawn sulla nascita del movimento hippy, un brano di Miscioscia che era un coacervo di dejà entendu. E poi, foto: Jim Morrison, James Dean, i Beatles, i punk, i paninari, Elvis Preasly e il '68 parigino. Questa è la cultura giovanile di chi era giovane negli anni Sessanta: non di chi è nato, a rigore, tra il '90 ed il '91! Un tema sulla cultura giovanile avrebbe dovvuto contenere brani di Enrico Brizzi, Federico Moccia, e una foto dei Tokyo Hotel. Meno provocatoriamente, qualcosa che appartenga ai giovani di adesso; non ai giovani ormai non più giovani! Se dovessi rapportarlo ai miei anni, agli anni in cui io ero giovane, ci sarebbero dovuti essere le boy band (Take That, Backstreet Boys...) MTV e i film di Steven Spielberg. E posto che di cultura si tratti, bisognerebbe chiedersi: ma un giovane, immerso com'è nel suo mondo senza che abbia davvero ancora avuto occasione di avere qualcosa da chiamare passato, storia, può parlare e definire la cultura giovanile? Infatti, la richiesta è quella di delineare origini e sviluppo della cultura giovanile, che adesso, tristezza infinita, è GIA' argomento da libro di storia! Potrà definire le origini di questa cultura un qualcosa che difficilmente viene spiegato nelle scuole: il mondo da Happy Days in poi. E a questo punto, o il nostro giovane maturando è uno sfegatato di Happy Days, del pop e del rock anni Settanta, o queste cose per lui difficilmente vorranno dire qualcosa.
Il tema storico era a mio parere l'unico discretamente fattibile. Qualcosa che se uno aveva studiato poteva svolgere senza difficoltà.
Il tema generale, invece, su 'democrazia' e 'libertà' su cui uno poteva esprimere le 'proprie idee' (Ossignùr), era un qualcosa di talmente oceanico che uno ci poteva mettere sul serio ogni cosa. Tanto, libertà e democrazia, pure in politica, vanno bene in ogni contesto, come il prezzemolo.
Bon courage per la seconda prova!
La prima prova, Svevo. E qui, tutto dipende da come uno ha studiato Svevo, durante l'anno. Nel mio caso, non era disastrosa la situazione: ma se da studente avessi dovuto decidere, lì per lì, cosa scrivere per rispondere alla domanda 2.6 e cosa scrivere (di diverso) alla domanda 3, avrei certo preso in considerazione l'idea di cambiare traccia. Che insomma, alla maturità uno non vuol rischiare.
E allora, sotto con le prove 'saggio breve'... Sempre che a uno sia stato spiegato cosa sia, esattamente, un saggio breve. E perché non possa essere la stessa cosa di un tema, puro e semplice (anche lì, io mi sarei mantenuta alla forma più tradizionale e meno attaccabile: non avendo il pallino della giornalista, la forma dell' 'articolo' mi sembrava, e mi sembra, un rischio inutile, all'esame).
Il saggio 'socio-economico' ti gettava nel mare magnum della 'creatività'. Una buona via per uscirne sarebbe stata quella di cercare di mettere dei paletti all'uso ed all'abuso della parola creatività, aiutandosi con il documento di Testa. Per poi sperare di poter raccogliere le idee e fare qualcosa di meno banale nelle restanti due colonne. Rischio di ritritamento del trito, ALTISSIMO!
La traccia 'tecnico-scientifica' su Internet e social networks era forse più interessante. Ma si tratta di un saggio che verte su un argomento di tecnologia, e per questo detto 'tecnico', o invece deve essere svolto curandosi dell'aspetto tecnico-scientifico, parlando delle della tecnologia, di hatml, di chat, ecc.? Io avrei scelto la prima opzione, più sociologica, seguendo l'onda dei documenti proposti, e magari parlando dell'enorme valore dei social network per la diffusione di quanto sta succedendo in Iran, ma mi rendo conto che un professore esterno avrebbe potuto sentenziare: 'e la tecnicità dov'è?', come bene osserva Scorfano.
Artistico-letterario: l'ammore, l'ammore, l'ammore. In tutte le sue possibili sfumature, e possibilità di trattazione. Dall'analisi di Alberoni, all'impasse insuperabile di Catullo. Francesca da Rimini e la Signorina Felicita. Passando per Cardarelli, Chagall, Magritte, Canova, Leopardi. Insomma, la traccia era un bignami sull'amore. Come se un diciottenne di queste sfumature ne sapesse qualcosa. Potesse dirle, esprimerle. E infatti NON può, perché deve parlare dell'amore nell'arte e nella letteratura: una triste e necessariamente incompleta review. Un tema dal titolo 'L'idealismo in Germania ed in Europa' sarebbe stato più circoscritto. Un tema sull'amore visto dai maturandi, magari attraverso uno o due dei possibili filtri dati dalla traccia, sarebbe potuto essere, chissà, un bel tema.
Storico-politico: origini e sviluppo della cultura giovanile. Un testo di Hobsbawn sulla nascita del movimento hippy, un brano di Miscioscia che era un coacervo di dejà entendu. E poi, foto: Jim Morrison, James Dean, i Beatles, i punk, i paninari, Elvis Preasly e il '68 parigino. Questa è la cultura giovanile di chi era giovane negli anni Sessanta: non di chi è nato, a rigore, tra il '90 ed il '91! Un tema sulla cultura giovanile avrebbe dovvuto contenere brani di Enrico Brizzi, Federico Moccia, e una foto dei Tokyo Hotel. Meno provocatoriamente, qualcosa che appartenga ai giovani di adesso; non ai giovani ormai non più giovani! Se dovessi rapportarlo ai miei anni, agli anni in cui io ero giovane, ci sarebbero dovuti essere le boy band (Take That, Backstreet Boys...) MTV e i film di Steven Spielberg. E posto che di cultura si tratti, bisognerebbe chiedersi: ma un giovane, immerso com'è nel suo mondo senza che abbia davvero ancora avuto occasione di avere qualcosa da chiamare passato, storia, può parlare e definire la cultura giovanile? Infatti, la richiesta è quella di delineare origini e sviluppo della cultura giovanile, che adesso, tristezza infinita, è GIA' argomento da libro di storia! Potrà definire le origini di questa cultura un qualcosa che difficilmente viene spiegato nelle scuole: il mondo da Happy Days in poi. E a questo punto, o il nostro giovane maturando è uno sfegatato di Happy Days, del pop e del rock anni Settanta, o queste cose per lui difficilmente vorranno dire qualcosa.
Il tema storico era a mio parere l'unico discretamente fattibile. Qualcosa che se uno aveva studiato poteva svolgere senza difficoltà.
Il tema generale, invece, su 'democrazia' e 'libertà' su cui uno poteva esprimere le 'proprie idee' (Ossignùr), era un qualcosa di talmente oceanico che uno ci poteva mettere sul serio ogni cosa. Tanto, libertà e democrazia, pure in politica, vanno bene in ogni contesto, come il prezzemolo.
Bon courage per la seconda prova!
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Pensieri oziosi di un'oziosa,
Scuola
Il bello delle lingue morte
... è che non parlano! E quindi i significati delle loro parole rimangoni fissi, immutabili e stabili, fossilizzate nel significato raggiunto al momento del trapasso.
E come a solide ancore, ad esse ci si può aggrappare!
Credevo, tuttavia, di essere più originale!
E come a solide ancore, ad esse ci si può aggrappare!
Credevo, tuttavia, di essere più originale!
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Pensieri oziosi di un'oziosa
martedì 23 giugno 2009
Alchimia
Nei miei ultimi giorni a Parigi, ovviamente, ci sta il festino d'addio. Non che ci sia qualcosa da festeggiare. La mia camera - e soprattutto la mia testa - sono più nel bordel del solito, ho un sacco di cose da infilare in un sacco di scatoloni (e nessuna voglia di farlo) e ieri non trovavo nemmeno più le chiavi di casa, la casa vera. Con conseguenti mobilitazioni familiari via skype (dopo di che, come prevedeva la legge di Murphy, le chiavi sono saltate fuori).
Comunque, il party di commiato si deve fare. All'aperto (qui il sole tramonta oltre le 22, in un cielo che da opale si fa zaffiro, e poi notte), tra piatti di carta, pasta fredda e torte salate. E qualche birretta.
La compagnia è eterogenea. Italiani, americani, indiani, russi, lussemburghesi, pakistani, ciprioti... anche dei francesi, pensate un po'. Si parla del più e del meno, in una lingua franca che va dall'inglese al francese. Sono persone conosciute in circostanze diverse, che ho voluto riunire più per la comodità di avere tutti in uno stesso posto, con un saluto e qualcosa da offrire, ma che, mi rendo conto, forse non ha molto da dirsi. L'atmosfera fatica a scaldarsi, ma intanto, tra una birra e l'altra, si formano vari gruppetti di conversazione... Qualcosa decolla, insomma.
Poi, certo, non è possibile che tutti restino fino alla fine. C'è chi deva andare a telefonare, chi deve alzarsi presto...
Ma resta uno zoccolo duro. Una decina di persone, che non hanno in comune niente, vengono dai posti più diversi, studiano le cose più differenti nelle lingue tra loro più distanti. C'è anche il tizio molto carino che sta in fondo al corridoio, che sta sempre in camera sua. L'ho incrociato mentre occupavamo una cucina, e l'ho invitato senza nemmeno sapere come si chiamasse. Non credevo che sarebbe restato con noi fino all'una e mezza, questo perfetto sconosciuto (adesso meno sconosciuto, se non altro). A fare cosa? A parlare, di questo e di quello, del formaggio della Normandia e della politica dell'India, o del Pakistan (come ho già detto, i ragazzi provenienti in quei posti sono molto più engagés di noi europei), dei vini italiani, e... Discorsi di festaioli ubriachi? Sì, forse, ma non solo. Lo definirei un piccolo miracolo. Un'alchimia casuale e perfetta. Il grumo d'oro prezioso e scintillante, scoperto per caso. Le discussioni accese rimabalzano vive tra le lattine vuote, come schegge impazzite. Ed io, che dopo una certa ora ho in testa solo una matassa imbrogliata di parole, posso guardare soddisfatta la mia festa riuscita. Del tutto casualmente: tanto possono fare le persone speciali. Il mio piccolo merito, di alchimista maldestra, è stato quello di radunarle in una sola stanza.
Grazie, amici. Thanks a lot, guys!
Comunque, il party di commiato si deve fare. All'aperto (qui il sole tramonta oltre le 22, in un cielo che da opale si fa zaffiro, e poi notte), tra piatti di carta, pasta fredda e torte salate. E qualche birretta.
La compagnia è eterogenea. Italiani, americani, indiani, russi, lussemburghesi, pakistani, ciprioti... anche dei francesi, pensate un po'. Si parla del più e del meno, in una lingua franca che va dall'inglese al francese. Sono persone conosciute in circostanze diverse, che ho voluto riunire più per la comodità di avere tutti in uno stesso posto, con un saluto e qualcosa da offrire, ma che, mi rendo conto, forse non ha molto da dirsi. L'atmosfera fatica a scaldarsi, ma intanto, tra una birra e l'altra, si formano vari gruppetti di conversazione... Qualcosa decolla, insomma.
Poi, certo, non è possibile che tutti restino fino alla fine. C'è chi deva andare a telefonare, chi deve alzarsi presto...
Ma resta uno zoccolo duro. Una decina di persone, che non hanno in comune niente, vengono dai posti più diversi, studiano le cose più differenti nelle lingue tra loro più distanti. C'è anche il tizio molto carino che sta in fondo al corridoio, che sta sempre in camera sua. L'ho incrociato mentre occupavamo una cucina, e l'ho invitato senza nemmeno sapere come si chiamasse. Non credevo che sarebbe restato con noi fino all'una e mezza, questo perfetto sconosciuto (adesso meno sconosciuto, se non altro). A fare cosa? A parlare, di questo e di quello, del formaggio della Normandia e della politica dell'India, o del Pakistan (come ho già detto, i ragazzi provenienti in quei posti sono molto più engagés di noi europei), dei vini italiani, e... Discorsi di festaioli ubriachi? Sì, forse, ma non solo. Lo definirei un piccolo miracolo. Un'alchimia casuale e perfetta. Il grumo d'oro prezioso e scintillante, scoperto per caso. Le discussioni accese rimabalzano vive tra le lattine vuote, come schegge impazzite. Ed io, che dopo una certa ora ho in testa solo una matassa imbrogliata di parole, posso guardare soddisfatta la mia festa riuscita. Del tutto casualmente: tanto possono fare le persone speciali. Il mio piccolo merito, di alchimista maldestra, è stato quello di radunarle in una sola stanza.
Grazie, amici. Thanks a lot, guys!
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Emozioni,
Le Blog Parisien
Pasturazione amichevole 2.0
Come sanno i miei otto lettori, pochi giorni fa stavo affogando nella feed-palude, senza appigli o soccorsi. Un paio di post demenziali, come li so fare io, hanno coinvolto tutta la rete. Ora, io sono e resto DummYpazia, e ringrazio le divinità informatiche per aver mandato il 2.0. Un po' come come un Cristo redentore dell'html, una Nuova Alleanza fra l'uomo ed il web.
E ringrazio moltissimo Mfisk che si è messo la mano sulla coscienza e sta provvedendo al mio aggiornamento. L'ho scritto e lo riscrivo, sono davvero commossa!
E ringrazio moltissimo Mfisk che si è messo la mano sulla coscienza e sta provvedendo al mio aggiornamento. L'ho scritto e lo riscrivo, sono davvero commossa!
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Internet,
Linee punti comete galassie
e invece noi...
Se ci si pensa un po’ non ce n’è uno, di questi personaggi (scil. Noemi, Flaminio, Montereale), che non abbia votato, e forse amato, Berlusconi.
(Distanti Saluti)
Quest'uomo, il Berlusca, ci sta sul groppone da 15 anni. 15 anni. E io non me lo ricordo mai tanto diverso da come è adesso. Maleducato. Farfallone (mi veniva una parola più forte, ma poi mi mandano a insegnare latino e greco in Siberia, altroché). Con la tendenza a trattare le donne come delle 'belle statuine'. Burino (er bandana, vi ricordate?). Strafottente. Bugiardo.
Anche prima che si scoprisse tutto questo bailamme, lui aveva, oltre che ad un curriculum di capi di imputazione di tutto rispetto che non ha mai scalfito la stima che i suoi elettori avevano in lui, le stesse caratteristiche che adesso saltano fuori, lampanti. Insomma, io, in cuor mio, non ho mai immaginato che nella sua vita privata facesse nulla di tanto diverso. Poi, è vero, immaginarlo è una cosa, saperlo è un'altra. Credo però che anche i suoi elettori se lo immaginassero, ne fossero e ne siano coscienti. Dai, non possiamo sempre tirare fuori che l'elettorato sia composto per la maggior parte da debosciati drogati di canale cinque, dovremmo presupporre che più di un italiano su due sia del tutto privo di intelligenza e di dignità personale. Certo, il fatto che oltre Berlusconi non ci siano queste fiammanti alternative, nel panorama politico, non aiuta, ma insomma... Dobbiamo ammettere che anche la gente di buon senso ed intelligenza medi abbia scelto di votare per lui.
Però, ecco, io non credo che la gente smetterà di votarlo, alla luce di tutto quel che è venuto fuori su di lui.
Io mi chiedo - e davvero, spero - se almeno la gente, quando lo voterà - e lo farà - si chiederà che figura ci sta facendo.
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Berlusconi,
Pensieri oziosi di un'oziosa
lunedì 22 giugno 2009
Diritto a farsi del male
Molte voci si levano, scontente, verso il presidente degli Stati Uniti, Obama. Perché 'si è limitato a guardare'. Come se suo precipuo dovere fosse quello di partire a capo di uno stormo di cacciabombardieri per portare la pace, o il deserto, in ogni stato mediorientale sul piede di guerra. Questo è quello a cui la dinastia Bush ci aveva abituato.
Obama agisce come un presidente di uno stato normale. Invoca la moderazione e sta a guardare. Il problema è che gli USA non sono un paese normale. Sono gli arbitri della pace e della guerra, da decenni. Hanno basi militari in tutto il mondo. Possiamo dire che il mondo è loro, ed Obama è il presidente del pianeta? Forse. Possiamo dire che questa cosa ci fa piacere? A me, personalmente no. Non mi farebbe piacere che uno stato che non è il mio, che parla una lingua diversa dalla mia, che mi giudica solo per quel che può vedere dall'esterno si mettesse improvvisamente a dire chi devo votare, e chi non devo votare. E se devo o non devo reprimere una manifestazione che io, in quanto governo iraniano, ritengo illegittima. Questo non vuol dire che io approvi le repressioni brutali di questi giorni. Né che io consideri un legittimo diritto quello di sparare sulla gente. Però mi chiedo, cosa ci aspettiamo che faccia, Obama? Che dia una bella lezione di democrazia a questi iraniani? che magari hanno eletto democraticamente un leader che non ci piace (la maggioranza non è sempre quella delle manifestazioni)? Io non so cosa succeda, di preciso, in Iran. So che non se ne sa molto, grazie a tecnologie di fabbricazione europea, per altro usate anche dai 'paesi democratici dell'occidente'. So che anche l'indipendenza italiana costò migliaia di morti. Ed anche quella americana. Le rivoluzioni non si fanno giocando a carte, normalmente. Se però riteniamo che con Ahadinejad e Khameni il dialogo non sia più possibile, ci mettiamo nella presuntuosa posizione di chi si permette di giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato per un paese: Ahmadinejad odia gli Stati Uniti, come gran parte del Medio Oriente. Non è con un'altra ingerenza che gli Stati Uniti si faranno amare. Non è facendosi (e facendoci) arbitri ancora una volta di quello che deve o non deve essere, che la soluzione troverà una soluzione duratura. Una ingerenza pesante degli USA porterebbe, in futuro, ad ulteriori recriminazioni, ed ulteriore odio.
E poi, cos'è, l'America, adesso? E' un paese in crisi, con due Vietnam islamici alle spalle. Obama ha vinto le elezioni confrontandosi con un McCain che propugnava la lotta al terrorismo, l'attivismo bellico. L'America ha votato e ha detto basta. Ed allora il mondo ha gioito. E l'Iran è uno stato sovrano. Con una sua integrità da rispettare. La popolazione iraniana conosce la situazione politica del suo paese meglio di un blogger, o di un giornalista qualsiasi (grazie ad Mfisk per la segnalazione).
Il sangue fa, farà, ha sempre fatto paura. Ma bisogna rimanere calmi. O qui, davvero, per tutti, finisce male.
Obama agisce come un presidente di uno stato normale. Invoca la moderazione e sta a guardare. Il problema è che gli USA non sono un paese normale. Sono gli arbitri della pace e della guerra, da decenni. Hanno basi militari in tutto il mondo. Possiamo dire che il mondo è loro, ed Obama è il presidente del pianeta? Forse. Possiamo dire che questa cosa ci fa piacere? A me, personalmente no. Non mi farebbe piacere che uno stato che non è il mio, che parla una lingua diversa dalla mia, che mi giudica solo per quel che può vedere dall'esterno si mettesse improvvisamente a dire chi devo votare, e chi non devo votare. E se devo o non devo reprimere una manifestazione che io, in quanto governo iraniano, ritengo illegittima. Questo non vuol dire che io approvi le repressioni brutali di questi giorni. Né che io consideri un legittimo diritto quello di sparare sulla gente. Però mi chiedo, cosa ci aspettiamo che faccia, Obama? Che dia una bella lezione di democrazia a questi iraniani? che magari hanno eletto democraticamente un leader che non ci piace (la maggioranza non è sempre quella delle manifestazioni)? Io non so cosa succeda, di preciso, in Iran. So che non se ne sa molto, grazie a tecnologie di fabbricazione europea, per altro usate anche dai 'paesi democratici dell'occidente'. So che anche l'indipendenza italiana costò migliaia di morti. Ed anche quella americana. Le rivoluzioni non si fanno giocando a carte, normalmente. Se però riteniamo che con Ahadinejad e Khameni il dialogo non sia più possibile, ci mettiamo nella presuntuosa posizione di chi si permette di giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato per un paese: Ahmadinejad odia gli Stati Uniti, come gran parte del Medio Oriente. Non è con un'altra ingerenza che gli Stati Uniti si faranno amare. Non è facendosi (e facendoci) arbitri ancora una volta di quello che deve o non deve essere, che la soluzione troverà una soluzione duratura. Una ingerenza pesante degli USA porterebbe, in futuro, ad ulteriori recriminazioni, ed ulteriore odio.
E poi, cos'è, l'America, adesso? E' un paese in crisi, con due Vietnam islamici alle spalle. Obama ha vinto le elezioni confrontandosi con un McCain che propugnava la lotta al terrorismo, l'attivismo bellico. L'America ha votato e ha detto basta. Ed allora il mondo ha gioito. E l'Iran è uno stato sovrano. Con una sua integrità da rispettare. La popolazione iraniana conosce la situazione politica del suo paese meglio di un blogger, o di un giornalista qualsiasi (grazie ad Mfisk per la segnalazione).
Il sangue fa, farà, ha sempre fatto paura. Ma bisogna rimanere calmi. O qui, davvero, per tutti, finisce male.
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Iran,
Pensieri oziosi di un'oziosa,
Stati Uniti,
When I look at the world
La SicMu, c'est PerSu!*
Immaginate una delle più grandi capitali europee che organizza una notte di musica nelle sue strade. Immaginate di passeggiare nei luoghi dove di solito passate frettolosi per andare al lavoro, o a lezione, opppure che accostate distratti mentre siete diretti ad un museo. Immaginate di trovarli travolti dalla musica. Di tutti i tipi. C'è il solitario cantore di Bob Marley, e c'è il coro della chiesa nera che canta un gospel, e vi trascina in un ballo di gruppo cristofilo.

Poi il Forum des Halles si trasforma in una balera boliviana, tra tromboni, fischi e danze sfrenate.

Poco più in là, invece, alcuni indiani d'america fanno danze in costume tradizionale. La musica è remixata, il travestimento è del tutto fuori luogo e contesto. Si ha l'impressione di trovarsi allo zoo, o al circo. Ogni pretesa di spontaneità si perde nella falsità dello show. Il Grande Spirito, forse, è proprio morto ai bordi delle strade di Parigi.

Ci addentriamo nel Marais. Alcuni locali hanno le porte aperte, il rimbombo dell'house riempie le strade. In una piazzetta, un malinconico quartetto irlandese accenna un reel. Qualche turista zompetta in girotondo. Il tutto è di una malinconia infinita: chi mi dice che gli irlandesi sono un popolo allegro è un illuso.

Ma dove si nasconde la musica francese? In questa cacofonia di note straniere, non è facile ricordarsi di essere a Parigi. Fino a che, ad un angolo di strada, in una via secondaria, un signore ci ferma: stiamo per assistere ad un piccolo spettacolo, non durerà più di cinque minuti.
Un gruppo di quattro uomini e due donne, con cappelli bianchi, dopo un attimo di esitazione, intona, a cappella, quelle che sembrano delle canzoni da osteria. Tra inni al buon vino ed oscenità varie, l'atmosfera si scalda.
Chevaliers de la Table Ronde
Goûtons voir si le vin est bon.
La strada si riempie di gente, il gruppo di menetsrelli del buon vino - davvero bravi, a volte calano un pochino, ma non guasta: ricordano vagamente il Quartetto Cetra della colonna sonora di Dumbo, ma immagino non cantino degli elefanti rosa - ha conquistato Parigi, e noi.
Alla fine dello show, mi avvicino, e capisco che si chiamano Le p'tit choeur de l'amour. Non riesco a trovarne notizia in rete, ma se qualcuno di voi li conosce, pour chance, non esiti a contattarmi!

* i.e. 'La music, c'est super! Mi hanno detto che è molto di moda fra i giovani francesi (o almeno lo è stato), pronunciare le parole invertendo l'ordine delle parole.
Poi il Forum des Halles si trasforma in una balera boliviana, tra tromboni, fischi e danze sfrenate.
Poco più in là, invece, alcuni indiani d'america fanno danze in costume tradizionale. La musica è remixata, il travestimento è del tutto fuori luogo e contesto. Si ha l'impressione di trovarsi allo zoo, o al circo. Ogni pretesa di spontaneità si perde nella falsità dello show. Il Grande Spirito, forse, è proprio morto ai bordi delle strade di Parigi.

Ci addentriamo nel Marais. Alcuni locali hanno le porte aperte, il rimbombo dell'house riempie le strade. In una piazzetta, un malinconico quartetto irlandese accenna un reel. Qualche turista zompetta in girotondo. Il tutto è di una malinconia infinita: chi mi dice che gli irlandesi sono un popolo allegro è un illuso.

Ma dove si nasconde la musica francese? In questa cacofonia di note straniere, non è facile ricordarsi di essere a Parigi. Fino a che, ad un angolo di strada, in una via secondaria, un signore ci ferma: stiamo per assistere ad un piccolo spettacolo, non durerà più di cinque minuti.
Un gruppo di quattro uomini e due donne, con cappelli bianchi, dopo un attimo di esitazione, intona, a cappella, quelle che sembrano delle canzoni da osteria. Tra inni al buon vino ed oscenità varie, l'atmosfera si scalda.
Chevaliers de la Table Ronde
Goûtons voir si le vin est bon.
La strada si riempie di gente, il gruppo di menetsrelli del buon vino - davvero bravi, a volte calano un pochino, ma non guasta: ricordano vagamente il Quartetto Cetra della colonna sonora di Dumbo, ma immagino non cantino degli elefanti rosa - ha conquistato Parigi, e noi.
Alla fine dello show, mi avvicino, e capisco che si chiamano Le p'tit choeur de l'amour. Non riesco a trovarne notizia in rete, ma se qualcuno di voi li conosce, pour chance, non esiti a contattarmi!
* i.e. 'La music, c'est super! Mi hanno detto che è molto di moda fra i giovani francesi (o almeno lo è stato), pronunciare le parole invertendo l'ordine delle parole.
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